BUGIE BIANCHE

Questo racconto è un inedito ed è il primo capitolo di un romanzo. Ringrazio di cuore Emanuela Valentini, per la sua amicizia, professionalità e… per il fatto di esistere!
 
BUGIE BIANCHE

E’ successo qui, alla stazione di Jinhar, ancora una volta. Come sempre.

La stazione, questo limbo forzato, la mia pena, la mia chance.

Teatro di una vita, dove snocciolo gli anni, come grani di un rosario, ostinato, infinito. I grani sono tanti, le mie dita stanche di consumarli; le labbra impastate dall’amarezza che questa preghiera ha lasciato dietro di sè. Ogni grano una storia, ogni storia un epilogo, e quello di Elisabeth avrei preferito non raccontarlo mai, credimi. Se fosse stato in mio potere frenare questa orazione, congelare il moto della litania, e bloccare Lizzie a metà, tra un grano e l’altro, come una preghiera senza amen, lo avrei fatto. Ma il tempo, per quanto bizzarro nel suo scorrere, non si frena, e con esso l’empio destino che ci imbastiamo attorno. Potevano essere le sei del mattino quando la vidi: inquietante, disperata, accartocciata nel suo dolore.

Fingeva, come sempre. Mentiva così bene da credere alle sue stesse bugie; creava trame così complesse che alla fine, la sua mente provata, smarriva il filo logico delle cose. Rabbrividisco al ricordo di lei che si aggrovigliava annaspando all’interno della sua tela, tanto da divenire parte integrante del ricamo, dimentica di essere lei stessa creatrice del suo oscuro disegno. Da sola infatti aveva cucito quei vestiti di menzogne, al cui interno sembrava essere a suo agio; abiti, nei quali scherniva se stessa senza pietà, succube dei suoi stessi deliri.

Sapeva di essere bugiarda. Si definiva un’attrice senza palco ne spettatori. Era solita dire: “un giorno la scena sarà mia, e mi esibirò con il più grandioso degli spettacoli, a cui questa silente stazione abbia mai assistito.” E lo diceva mentre arrotolava una banconota: un gesto meccanico per lei, quanto quello di tirare dal naso polveri di dubbia provenienza.

Sapevo che tutto per lei era privo di senso. La realtà le appariva falsa, l’ennesimo inganno, come pure quest’ultimo, disperato gesto. Non ho fatto in tempo a gridarle che in quel gioco perverso, l’unica ad applaudire sarebbe stata la morte. Eppure eravamo lì, uno di fronte all’altra, pochi metri tra me e lei. Così vicini, e però distanti un tempo infinito in quell’attimo che collassava su se stesso lentamente, tanto da non permettermi di afferrarla. Io e Lizzie distanti un’intera vita: la sua.

L’ho guardata incapace di muovermi. Paralizzato dal caos che frantumava ogni mia certezza. L’ho guardata senza vederla. Sconvolto dall’agghiacciante previsione, il mio corpo vibrava come un binario incandescente sotto lo stridere inconsapevole dei freni. Ho temuto per lunghi istanti, di perdere l’udito e la ragione, e li avrei sacrificati entrambi, davvero, pur di non assistere all’abbraccio fatale tra Lizzie il gigante di ferro.

L’ho vista con i miei occhi tuffarsi, un sorriso accennato, di nuovo e per sempre convinta della sua bugia.

In pochi istanti il treno ha travolto tutto, sferragliando in una pioggia di scintille, come fuochi d’artificio in una pozza d’acqua. O forse erano stelle riflesse in pozzanghere putride dopo la pioggia. Come quella della sera prima, in cui Elisabeth mi aveva chiesto di trovare la differenza tra i veri astri e il loro riflesso. Io avevo taciuto, e lei, con gli occhi vividi fissi in quel liquido scuro aveva detto: «sono uguali. Solo piccole, pallide luci. Non puoi toccarle. C’è solo una differenza tra le stelle in cielo e queste nel fango: quelle sono molto più lontane!» Le sue ultime parole erano così cariche di resa e sconforto che l’ho guardata deluso: «E tu cosa sei? Una stella o il suo riflesso? Quanto è distante la vera Lizzie da me?» A quel punto lei, stringendo le spalle e guardando al cielo, ha risposto: «Io sono entrambi. Dipende da dove guardi, da dove mi cerchi e da quanto sei disposto a rischiare. Se guardi in alto potresti perderti, ma se ti accontenti del fango, sicuramente non ti capiterà nulla di grave. Io sono vicinissima a te e quando vorrai sapere la verità … » ha proseguito, gettando una pietra nella pozza d’acqua «basterà cancellarmi.» Una voragine scura in quell’istante ha inghiottito le stelle.

Erano rimasti solo ossa e sangue.

Lizzie è morta davanti ai miei occhi colmi di disinganno, in fondo ci è riuscita, ha cancellato per sempre la stella e il suo riflesso.

Tutto era rosso dove prima c’era stata lei. Il treno era rosso, i binari sporchi di sangue; una goccia amaranto, sulla mia guancia, si era affrettata a raggiungere quella che dai binari, era schizzata sul mio cuore.

Diceva di amarmi, capisci? Lei non sapeva amare nessuno.

Non avrebbe mai fatto quel gesto se mi avesse amato, se si fosse amata anche solo un briciolo, anche solo una goccia cento volte più piccola di quella che si è schiantata sul mio cuore.

Elisabeth. Lizzie.

Una ragazzina, come tante ne ho viste e vissute. Un altro amore, un’altra figlia strappata al mondo.

Ricordo grida attorno a me; quei pochi che si trovavano sulla banchina erano arretrati verso la biglietteria, quasi a difendersi dall’orrore a cui Lizzie li aveva chiamati. Di fianco a me una donna stringeva al petto il figlio impedendogli di guardare. Io invece ho guardato, quello spettacolo era per me, in fondo; non mi sarei sottratto al suo grottesco invito. Mentre ancora il treno sibilava nello strazio della frenata, mi sono liberato della giacca e della presa ferrea di qualche addetto alla ferrovia che intuendo le mie intenzioni ha provato a fermarmi. Lacerato da un silenzio assordante mi sono lanciato tra i binari. Puoi non credermi, non ero più padrone delle mie azioni, del dolore che mi straziava le ginocchia e della disperazione che masticava la mia anima. Le mie mani cercavano, frugavano attraverso quel disordine di ossa e sangue. Volevo qualcosa, che potesse confermarmi che comunque si trattava ancora di lei. Che era esistita.

Devi sapere che Lizzie non amava i monili. Era solita indossare solo un ciondolo, una piccola ampolla d’argento che diceva essere il contenitore della sua anima. Quel gioiello, custode della droga, si posava sul suo candido petto e oscillava scosso dai singhiozzi quando lei piangeva. Mi divertivo a farlo rotolare tra i piccoli seni dopo l’amore, e ora che ci penso forse c’era davvero la sua anima intrappolata nel metallo. Quando l’ho trovato tra le sue carni straziate, ho riversato su di esso impotenza, rabbia, dolore.

Bagnato del sangue di Lizzie, quel ciondolo si è macchiato anche del mio. L’ho frantumato con furore. Guarda le mie mani, guardale, portano i segni dell’inutile scontro con il nemico di Elisabeth.

«Stolto, hai creduto davvero che fossi morta?» Mi pare di sentire la sua voce, mentre si prende gioco di me, anche adesso, che non esiste più.

Non è stato facile innamorarmi di lei e non sarà semplice dimenticarla.

Lizzie aveva 18 anni, i capelli rosso fuoco e gli occhi come onice, venati da miriadi di esplosioni d’oro che le illuminavano lo sguardo. I suoi occhi erano vivi, nonostante la vita in lei si stesse spegnendo lentamente, divorata dalla polvere bianca di cui non riusciva a fare a meno.

Eppure l’altro ieri, soltanto l’altro ieri lei era tra le mie braccia, tutta intera, malgrado il suo spirito fosse simile a uno specchio infranto.

Ho persino tentato di ricomporla, mentre si raffreddava tra le mie mani e disperatamente cercavo di abbracciare quel misto di carne bruciata e tumefatta.

Senza di lei io morirò a ogni treno in partenza e a ogni treno in arrivo.

Ricordo la prima volta che la vidi. Ferma davanti a me, solo i binari tra noi, lo sguardo perso nel vuoto, tutta avvolta da un’aura di pallore e autodistruzione. Era arrivata in stazione con il primo treno del mattino. Sola. L’acquazzone della notte precedente aveva lasciato spazio a un timido e pallido sole, che si affacciava, stanco, da dietro la toilette delle donne.

Così come un treno me l’ha donata, un treno me l’ha portata via.

Mi spiace averti tediata con il mio dolore. Perdonami, Nora, è successo solo ieri e hai forse fatto l’errore di chiedere informazioni alla persona sbagliata. Sei solo una ragazzina, forse hai la sua età. Non giudicarla però, non giudicarmi. Ciascuno ha i suoi demoni. Qual’è il tuo?

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