Il Caffè degli Eroi

Lagrimando dirotto, e di cordoglio
Spezzato il petto rattenea d’Achille
Le terribili mani, onde col ferro
Non si squarciasse per furor la gola.

Iliade

PROLOGO.

Così l’urlo di Achille ruppe il silenzio del campo acheo, e chi era intorno a lui desiderò svanire onde evitare di incontrare la sua ira. Egli giurò vendetta, e quando si trovò davanti al fiero Ettore, principe troiano, questi, per quanto valoroso, ebbe un attimo di smarrimento nei confronti del suo furioso nemico.

La lotta fu selvaggia e senza tregua. Ogni colpo che il guerriero troiano cercava di sferrare all’abile acheo, risultava inutile. Da grande guerriero e semidio, Achille, prevedeva ogni mossa e riempiva di ingiurie furiose il principe di Troia che infine cadde sotto la sua spietata lancia. E furono inutili le preghiere di Ettore, egli non gli concesse grazia alcuna, e anzi, mentre affondava con maggior vigore la lancia nelle carni del nemico gridò: «Taci! Non solo non ti accontenterò, ma farò dilaniare le tue carni dai cani e dai corvi che già urlano sulle mura di Troia! Il tuo corpo verrà deriso e infangato da tutti gli achei, mentre Priamo, tuo padre, guarderà dalle mura la disfatta del suo principe e della sua città. E tua moglie, Andromaca non troverà mai pace poichè mai potrà bruciare il tuo corpo. Il tuo errore fu uccidere il mio amato Patroclo, e questo errore lo pagherai tu e tutta la tua gente!»

Poi lo finì e iniziò a beffeggiare il cadavere che venne disonorato da molti uomini, dopo di chè lo trascinò legato al suo carro attraverso il campo di battaglia. Il bel corpo di Ettore fu così deturpato, e la sua bellezza venne offuscata per sempre. I neri capelli si impastarono nella sabbia che si alzava in alte nubi di amarezza e disperazione intorno alla testa fiera, oramai irriconoscibile.

1.

Janet sedeva assorta dinnanzi al suo caffè. Gli occhi cerulei puntati nel denso liquido nero. Amava l’espresso lei, ristretto, bollente e con tanta schiuma. Fissava il caffè che si sarebbe raffreddato di lì a poco, se non lo avesse bevuto in fretta. Ma quella sera lo lasciò raffreddare nelle lacrime, che lente rigavano il bel viso olivastro.

Janet era inglese eppure sembrava molto più italiana di me, che avevo l’aspetto di una vera british girl.

Non sarei mai riuscita a immaginare la mia vita senza di lei. Fu la prima persona che incontrai appena misi piede a Stanstead, ed era con lei che vivevo da qualche mese, da quando aveva rotto con il suo uomo e da quando il mio mi aveva mollata per un altro.

Dopotutto ciò che lui amava di più in me era proprio il mio essere mascolina, il prendere ogni situazione di petto, la mia a volte assenza di grazia dinnanzi al dolore che svisceravo come un temibile guerriero. Amava i miei capelli sempre in disordine nell’umidità londinese – un tocco di rosso nel grigio delle metropoli- diceva, e restava affascinato dalla mia inarrestabile energia. Ed era anche per questo che Janet mi adorava. La mia fragile amica, con la testa tra le mani e i gomiti puntati sul freddo tavolo di metallo di uno Starbucks di South Kensington. I lunghi capelli bruni ricadevano in avanti, e la nascondevano al mondo, che continuava frenetico a correre e vivere drammi e gioie.

Quella sera di febbraio, Londra era particolarmente fredda e umida. La pioggia, sottile, simile a vapore, si insinuava attraverso le pieghe dei tessuti e le bagnava il viso con piccole goccioline che parevano tamponare il dolore ma che, in realtà, velatamente, lo congelavano addosso, ingabbiando il corpo in un abbraccio di ghiaccio e dolore. Non si era neppure preoccupata di sedersi all’interno. Aveva scelto quel tavolino a bordo strada, forse per passare inosservata, per confondersi in quel dedalo di luci e suoni, di caos e pioggia che era la città.

Il caffè di Janet era ormai freddo, un pozzo nero.

Anche quello del bellissimo giovane che ogni sera servivo era freddo e privo di ogni profumo. Oramai da qualche settimana, puntualmente, un imponente ragazzo dalla fluente chioma bionda, sedeva nell’angolo più buio del caffè turco in cui lavoravo. Ordinava un caffè e lo fissava fino a chiusura del bar. Ogni sera il suo caffè rimaneva intatto. Lasciava le sterline e qualche penny di mancia sul tavolo di legno e andava via. Mai un sorriso sul suo viso, mai un’espressione che dimostrasse una qualsiasi emozione che non fosse un vuoto incolmabile.

Quella sera portai due caffè al suo tavolo, lunghi e fumanti. Profumati. L’aroma invadeva le mie narici e socchiusi gli occhi inalandone la forte fragranza , quasi a voler trovare in essa il coraggio per sedermi a fianco a lui. Entrambe le mani intorno alla tazza – cercavo un appiglio – e poi finalmente parlai, con il mio inglese dal tipico accento italiano: «forse non ti piace il mio caffè? Questa sera ho cercato di farlo al meglio.»

Lui sollevò il viso e mi guardò. Quale meraviglia mi pervase nell’incontrare quegli occhi azzurri e grandi. Strinsi forte la tazza, trattenni il respiro e, incapace di sostenere il suo sguardo, iniziai a raffreddare il caffè, soffiandovi distrattamente e fingendo indifferenza a quello sguardo che mi aveva letteralmente trapassata.

«Sono Achille» disse «e il tuo caffè è sicuramente il più buono di tutta l’Inghilterra.»

«Achille» ripetei «che nome epico!»

«Già, epico.» rispose senza scomporsi ma distogliendo lo sguardo da me, e lasciandomi in vita per un soffio. Se quello sguardo avesse dimorato ancora sul mio corpo mi avrebbe definitivamente lacerato le carni. Con questo atto di clemenza aveva rapito il mio cuore, che era rimasto infilzato nella lancia cristallina che era il suo sguardo.

«Deve essere proprio disgustoso quel caffè» disse lo sconosciuto alle sue spalle. Janet trasalì udendo quella voce, le sembrava di essersi svegliata all’improvviso da un sogno, anzi da un incubo.

Sollevò la testa e rimase di pietra osservando il giovane maestoso che le stava dinnanzi. La sua voce profonda era adatta alla corporatura. I capelli neri formavano delle onde leggere agitate dal vento insidioso di quella mesta serata. Lui sorrideva.

«Quindi cosa mi consiglia di ordinare? Forse meglio un americano?»

Finalmente Janet si destò e rispose:«Oh no, no. Qui l’espresso è buono, sono io che questa sera non sono in forma.»

Lui con grazia regale scostò una sedia e si accomodò al suo tavolo. Aveva dei modi affettati, un leggero accento che lei non riusciva a individuare e lineamenti mediterranei. Occhi grandi e profondi, solcati da un’ira che la terrorizzava, soprattutto se messa in contrapposizione al resto della sua immagine così serafica.

«Sono Ettore» disse continando a sorridere «e mi piacerebbe conoscere la tua storia.»

Chissà quale magia aveva usato quel re perduto, perché questo ricordava a Janet: un Re. Un condottiero fiero e valoroso, un uomo d’altri tempi. Certo a Londra era facile incontrare persone “strambe”, gentleman vittoriani, figli dei fiori, poeti e quant’altro, ma Ettore non era solo un modo di fare, Ettore era reale. E la timidezza di Janet ruppe gli argini e si trasformò in un fiume di eventi che inondarono quella nuova conoscenza, sommergendo totalmente l’imbarazzo iniziale.

Janet raccontò di lei, di quella convivenza finita senza alcun motivo, o forse lei non era stata in grado di vederlo, impegnata a vivere una vita caotica, fatta di pensieri e sogni che non riusciva ad afferrare. La vendita della casa, un lavoro che oramai non le dava più nulla, l’amore abitudinario verso un uomo che non aveva sogni.

«Sono un insegnante» disse sospirando al termine del suo sfogo «ma non ho più nessuno a cui insegnare. I miei allievi sono privi di motivazione e io in questo periodo non mi sento in grado di poter insegnare nulla se non letteratura inglese.»

Lui la guardava affascinato: «cos’altro vorresti? Cosa senti di non poter dare?»

«Vita. La vita, non riesco a dare valori ai miei allievi. Ho così tante cose da imparare io stessa, come posso pretendere di insegnarle ad altri?» concluse lasciando ricadere nuovamente la testa in avanti. Ettore le sfiorò una mano, poi la prese fra le sue e Janet trasalì quando le sentì così fredde e eppure vive. Quelle mani erano più simili a quelle di una statua che non di una creatura vivente.

In quel momento alzò lo sguardo e incontrò i suoi occhi. La guardava con tale intensità da non darle tregua, era paralizzata dinnanzi a lui e si stava rendendo conto dell’assurdità della scena. Aveva appena raccontato tutta la sua vita, piangendo e lamentandosi come una bambina, a uno sconosciuto. L’uomo più affascinante che avesse mai incontrato o immaginato nei suoi trentasei anni di vita grigia e senza sapore.

2.

Lavorare era diventato un piacere. La presenza di Achille una costante. Servire ai tavoli era quasi divenuta una danza e ogni mio gesto finalizzato a lui. Cercavo il suo sguardo, scrutavo sempre nella sua direzione per carpire in lui un qualche cenno di interesse. Il suo caffè restava sempre intatto, ogni notte. Quella sera, però, prima di andare ne ordinò un altro, da portare via. Mi sentii mancare il fiato quando lo vidi aspettarmi in strada, seduto sui gradini dell’ingresso della metro, lato Camden hight street, poco più avanti del bar turco. La metro era già chiusa e appena si accorse che mi stavo avvicinando, si alzò e sorridendo, mi porse il caffè. Cosa dire di quel sorriso? Qualcosa dentro di me iniziò a sciogliersi, un fuoco improvviso fuse il mio interno come fosse cioccolato e sentii di poter morire di dolcezza. Senza pensare, in preda a un imbarazzo mai conosciuto e coi pensieri in subbuglio, presi un sorso di caffè e sussultai per la scottatura che il liquido bollente mi procurò.

Mi sentii sciocca e goffa. Avrei voluto riprendere il controllo delle mie azioni, ignara del fatto che da lì a poco l’agognato self-control lo avrei smarrito. Achille rise, sinceramente divertito dalla mia reazione. Con destrezza mi cinse la vita attirandomi a sé mentre con l’altra mano riprese il caffè, allontanandolo e stringendomi con maggior vigore. Era immenso. Il mio cuore batteva così forte e i nostri corpi erano così stretti che il suono veloce e costante della mia emozione era udibile dall’esterno. Sorrise di nuovo guardami negli occhi, e mentre avvicinava la sua bocca alla mia, bisbigliò parole antiche, ma io non riuscii a capire nulla. Mi baciò con delicatezza, e fra un bacio e l’altro sussurrò qualcosa circa la mia scottatura, e sul fatto che l’avrebbe lenita con la sua bocca. La mia estasi venne interrotta da una macabra constatazione: il respiro, lui non respirava. Dal corpo di Achille non usciva alcun suono, cosa era dunque?

«E’ stata la rabbia e la voglia di vendetta a farmi ritornare in vita Janet» disse Ettore mentre le accarezzava i capelli di seta «ho implorato il dio degli Inferi trasformandomi in un non morto per avere giustizia. Per cercare il mio antagonista e ucciderlo, per fargli pagare l’onta!»

Janet non credeva alle proprie orecchie. Il bel volto di Ettore era indurito da sentimenti che duravano da millenni e da una guerra che ancora non era riuscito a dimenticare. Poi cambiò espressione, col dorso della sua grande mano accarezzò il volto delicato di Janet che ascoltava, incredula e triste, tutta la storia. Lui l’attirò a sé, e lei posò la testa sul suo petto e tutto ciò che Ettore aveva raccontato e ciò che stava per raccontare trovò conferma in quel momento, quando l’orecchio di lei fu sul suo cuore.

Silenzio.

Lui non possedeva un cuore. Egli era freddo come una statua, magari la più bella delle statue elleniche, ma pur sempre di marmo. Janet era però una sognatrice e non le importava se stava per innamorarsi di un non morto, di un eroe omerico che sotto le mura della sua città aveva ucciso centinaia di uomini e alcuni fra gli eroi più importanti nella storia della guerra di Troia.

«Il suo errore più grande fu uccidere Patroclo» disse Achille baciandomi la fronte «e per questo lo troverò e romperò questa maledizione che mi costringe a vagare da millenni nell’ombra!» concluse.

I suoi occhi azzurri e infiniti erano diventati delle piccole fessure feroci. Se avesse posseduto sangue, sarebbero stati iniettati ed esasperati dal liquido rosso che gli avrebbe certo conferito un aspetto terribile.

Avrebbe desiderato piangere, lo feci io per lui. Sentirlo raccontare il suo dolore, la perdita del suo amico, della persona che più amava al mondo, vedere quell’uomo così regale e possente soffrire ancora così tanto dopo millenni, mi aveva gettata in un immenso sconforto.

«Per un mio sciocco capriccio Patroclo vestì la mia armatura, per la sua onestà e per il suo valore scese in battaglia fingendosi me, per terrorizzare i troiani che temevano il grande Achille, il codardo che rimase nella tenda mentre il suo amato moriva in battaglia per mano di uno sporco e vile troiano!»

Affondavo il mio volto nei suoi capelli d’oro che sapevano di storia, li stringevo fra le dita, così surreali e splendenti. Lo amavo, amavo Achille, io, una povera mortale innamorata di un semidio privo di vita ma pieno di rabbia e mestizia. Piangevo e lui mi stringeva forte a sé scusandosi per quel dolore, e io gli baciavo le guance e la bella bocca, e poi baciavo i suoi capelli e con essi asciugavo le mie lacrime. Con inaspettata poesia disse: «Bagnali Nadia, bagnali mia ninfa, infondi un po’ della tua vita in me.»

Accarezzavo il suo volto e i miei occhi terrorizzati per il divenire erano smarriti nel labirinto delle sue emozioni. Nessun filo di Arianna mi avrebbe mai ricondotta fuori. E io ne avevo già il triste presentimento.

3.

«E’ stato il più temibile guerriero che abbia mai incontrato e fu colui che uccise più eroi sul campo di battaglia. Più di chiunque altro. Pieno di rabbia, il suo sangue umano era avvelenato dall’odio e il suo sangue divino carico di presunzione. Quel semidio aveva preso le parti peggiori di entrambe le razze.»

Janet ascoltava con attenzione. Era notte fonda. Ettore poteva vivere solo nell’ombra, poichè era di notte che il suo antagonista era stato condannato a vivere, o meglio a esistere.

«Così Apollo, il vile dio del sole, suo complice, non solo gli servì Patroclo su un piatto d’argento, ma maledisse me a questa vita senza vita, a questo errare al buio, mi ha bandito dal suo regno di luce» disse Achille serrando la bocca. Si fermò, socchiuse gli occhi e un’espressione di dolore e amarezza incorniciarono quel volto così bello e terrificante.

Persino nel dolore e nella rabbia rimaneva immutata la sua bellezza. Eppure adesso qualcosa era cambiato e non sapevo ancora quali fossero i suoi pensieri. Non avrei mai immaginato fossero rivolti a me. La sua voce era vetro quando disse: «mai ebbe peso più grande questa maledizione, mai la rimpiansi. Mai prima di te. Nadia, non sai quanto impotente io sia dinnanzi alla tua bellezza, a non poterti avere, a non poter vedere il sole attraverso il rosso dei tuoi capelli. Posso solo immaginare, con questa mente da vecchio, quanto i tuoi occhi possono essere splendidi, nella luce di quel maledetto astro, senza il quale la vita, su questa per me arida terra, non potrebbe esistere! Ti amo Nadia, ti amo quanto amai Patroclo, e non passa attimo in cui l’effluvio della tua vita non delizi questa mia misera e barbara esistenza.»

Respiravo sulle sue labbra, se un eroe d’altri tempi era dinnanzi a me e mi stringeva a lui, se un corpo sano e vigoroso era privo di vita eppure esisteva, perchè la mia vita non poteva riempire la sua? Cosa impediva quel miracolo? Ero così ingenua, più simile a una bambina che cerca di volare che a una donna intenta ad amare. Perchè quell’amore era un paradosso, lo era almeno quanto quell’atavico sogno di spiccare il volo e librarsi nella tersa aria di un tramonto primaverile, sfiorando con le dita le ali delle rondini.

Eppure Achille era reale, potevo vederlo, toccarlo e lo amavo.

«Ma con tutto questo odio, rabbia e vendetta, come puoi pensare di dare spazio all’amore?» Fu questo che gli dissi, come guidata da uno spirito che usava il mio corpo e le mie parole. Quello spirito era forse la mia anima che urlava il terrore di quel sentimento che avrebbe portato solo sofferenza e disperazione nelle nostre vite.

Quella sera fu l’ultima di una lunga serie. Come sempre entrò nel caffè e con indifferenza si diresse verso il tavolo nell’angolo buio. Ordinò il suo caffè e lo vidi posare le labbra sulla tazza. Ma non bevve. Era un bacio. Quella sera il mio antico eroe svanì sotto la pioggia battente di quella Londra colma di freddo e teatro di chissà quale tragedia. Achille con i suoi capelli dorati, portava in sé i più bei colori del giorno e la triste amarezza di una notte infinita. Il mio semidio decise di lasciarmi. Condannarmi a una vita di buio, di proibizioni e priva di ogni piacere carnale, era per lui una maledizione di cui non voleva rendermi vittima. La sua ostinazione era la più dura delle pietre, dinnanzi alle quali persino il grande Fidia, o il potente Michelangelo si sarebbero arresi. Achille era terrorizzato dall’idea di perdere le persone che più amava, e temeva per la mia vita. Lui, che non aveva paura di nulla era adesso preda di una sciocca ossessione. Ero a conoscenza che temeva più di ogni altra cosa che io potessi essere trovata dal suo antico nemico, e sapevo che in cuor suo desiderava fare lo stesso. Se Achille avesse trovato la donna del suo antagonista l’avrebbe brutalmente trucidata. E io ancora non immaginavo…

4.

«Ettore, amore, per favore rinuncia a questa sciocca vendetta. Perdona il vile guerriero che dilaniò le tue carni. Perdonalo amore e vivi con me la tua esistenza.» Janet piangeva, così piccola fra le braccia di quel colosso epico. Lui le prese il volto tra le mani, coi pollici accarezzava le sopracciglia di lei, poi il delicato profilo e la bella bocca scossa da singhiozzi. Distesi sul letto di Janet, un caffè fumante sul comodino e la paura dell’eternità nel cuore. Rientrai presto quella sera poichè nessun eroe mi aspettava all’uscita del mio triste e alienante lavoro. Appena varcai la soglia mi accolse l’aroma fragrante del caffè e bastò quella a far sgorgare dai miei occhi fiotti di lacrime amare. In altre circostanze avrei sorriso di quella scena, ma non quella sera in cui la mia solitudine sembrava essersi estesa indietro e avanti nella mia vita. Una vita fatta di cose banali, un passato vuoto senza Achille, un presente doloroso e un futuro funesto e privo di ogni colore, si prospettava senza la sua presenza. Il Pelide Achille che non possedeva vita eppure aveva inebriato le mie notti con la sua esistenza, e che adesso mi aveva lasciata da sola sul campo di battaglia. E se il suo nemico fosse esistito, mi avrebbe trovata. E io non avrei potuto in alcun modo fingermi Achille l’acheo, la storia mi insegnava che non sarebbe bastato indossare la sua armatura per ingannare gli dei. Ma prima di essere uccisa dalla spada del troiano avrei potuto chiedere pietà per lui. E forse l’altro non l’avrebbe accordata e avrebbe straziato il mio corpo come fece l’acheo con il suo. E ciò che più temevo era il dolore di Achille quando avrebbe appresso della mia morte. Il suo dramma ripetuto con millenni di distanza e migliaia di notti vissute nell’abbraccio della vendetta, quel vile sentimento che fingendosi madre premurosa lo aveva nutrito e avvelenato per sempre. Achille ed Ettore, nemici da sempre adesso fratelli, figli della stessa madre.

Mi fermai un istante in cucina, versai del caffè e assaporandone la fragranza ricca e decisa, continuai il mio triste pianto. Le lacrime cadevano nella tazza. Poi un rumore alle mie spalle. Non parlavo con Janet da settimane, entrambe prese dalla vita notturna eravamo sempre troppo stanche per parlare. Ci scambiavamo sguardi silenziosi e carichi di emozioni malinconiche. Si era creata fra noi una sorta di comunicazione empatica che andava oltre le parole. Sapevamo entrambe che l’altra stava vivendo qualcosa di troppo grande da poter essere spiegato. Ma non era Janet alle mie spalle. Quando lo vidi, lo sguardo diventò pietra e il cuore un baratro entro cui avrei potuto precipitare per sempre. Sapevo chi era, troppe volte avevo sentito parlare di lui, della sua immagine regale, dei suoi capelli neri, dei suoi occhi fieri.

«Ettore, principe di Troia, così mi hai trovata.» dissi, incapace di compiere alcun gesto, paralizzata da meraviglia e paura.

«Tu hai trovato me, giovane amante del vile Achille!» Ribattè lui ruggendo. Una valanga di dubbi e timori mi investì, e lui che dopo millenni sapeva leggere i pensieri o le espressioni mi disse con tono più rassicurante: «Janet sta bene. Dorme, e con tutta probabilità starà sognando un futuro felice insieme a me, ma povera creatura non sa che il destino sta portando anche Achille, e che con lui arrivano sempre la morte e il dolore.»

Era dispiaciuto, sinceramente disperato. Ettore, il principe troiano che il mio amato eroe detestava più di ogni altra cosa al mondo, era dinnanzi a me, amava Janet, colei con la quale condividevo la mia vita, emozioni, gioie e paure, e la amava con tale fierezza che le lacrime per loro si unirono a quelle che già stavo versando per me. E si avvicinò Ettore, e impose la sua mano destra sul mio capo, la posò con delicatezza sulla mia fronte ed era immensa, forte. Ciò che vidi mi fece stare così male da provocare orrendi spasmi. La gola secca, la testa trafitta da mille fulmini, non riuscivo a trovare nulla che potesse essere paragonato a quel dolore. Forse le ossa del cranio erano esplose sotto la mano del principe troiano, aveva deciso di uccidermi facendomi vedere il dolore che il mio eroe aveva impartito a lui e alla sua terra. Ma non fu così. Piano ritirò la mano e poi mi baciò sulla fronte. «Avrei voluto ucciderti e ferire a morte il mio nemico prima di sferrargli il colpo finale. Ma non posso farlo. Janet ti ama. E io non voglio essere più un vile assassino. Per secoli ci siamo inseguiti trucidando chiunque ci amasse. E così per altrettanti secoli abbiamo scelto la solitudine. Ma quando ho visto Janet la mia anima ha tremato nelle viscere della terra. E tu povera sventurata hai fatto tremare quella di Achille.»

Le sue ultime parole furono accompagnate da dolenti note di sincera compassione. Janet alle nostre spalle piangeva. I capelli scompigliati, l’espressione sorpresa e amara allo stesso tempo, il terrore negli occhi. Corsi ad abbracciarla. Non avevo più lacrime. Quello che Ettore mi aveva fatto vedere era agghiacciante. Achille, il mio principe Acheo era davvero quel mostro?

«Quando uccisi Patroclo non fui clemente, ma le sue spoglie non furono trucidate in modo orribile.» disse. E in quel momento rividi l’attimo in cui Achille perforò brutalmente le caviglie di Ettore per farvi passare attraverso la sua stessa cintura che poi legò al suo carro da guerra, trainato da cavalli immortali.

«Perdonalo Ettore! Perdonalo signore di Troia. Non ucciderlo!» implorai «non ci farà alcun male.» dissi, ma la voce mi morì in gola e più che Ettore stavo cercando di convincere me stessa.

5.

«Adesso sai cosa si prova? Lo sai?» Ringhiava Achille. Ettore in ginocchio, Janet esangue tra le sue braccia. La testa riversa all’indietro, i capelli come radici di una pianta rara estirpata prematuramente. Gli occhi spalancati in una smorfia di terrore, e non era lo sgomento per la sua morte. No. Quello era il terrore e la paura di ciò che non sarebbe riuscita a vedere, ma che poteva immaginare: la morte del suo amato.

Ettore aveva gli occhi di fuoco. Adagiò Janet a terra, sull’erba bagnata da quella nebbia funesta. Aveva una spada, lucente e ancora intatta. La lancia di Achille era insozzata di sangue. Un’orrenda ferita deturpava il ventre di Janet. Ero immobilizzata. Ettore rivolse a me lo sguardo furente e nello stesso istante Achille gli si avventò contro. Io urlai. Corsi verso Janet, verso il suo corpo privo di vita e affondai la testa nelle sue vesti. I miei capelli si tinsero del rosso del suo sangue, così come il viso e le mani. Era morta, per sempre, era morta e l’aveva uccisa il mio amante. Corsi verso i due titani che combattevano con una ferocia che neppure nel più epico dei film avevo mai visto. «Perchè, perchè Achille? Perchè l’hai uccisa? Adesso anche io so cosa si prova! Come fai ad essere così malvagio e accecato dall’odio? Hai davvero sofferto quando morì Patroclo? Dimmi mio re? Soffristi?» Avevo interrotto il loro combattimento, lui sembrava piangesse. Ma non poteva piangere. Non aveva lacrime, non aveva cuore. Ettore sopraffatto dallo sconforto disse soltanto: «Oh Pelide Achille, la cui ira funesta fu la sua peggior maledizione. Piangi vile, piangi. Pazzo di rabbia non hai valutato le conseguenze della tua azione. Hai ucciso la donna che più ho amato, come amai Andromaca la mia leggendaria consorte. Ma hai anche ucciso Patroclo, lo hai ucciso per l’ennesima volta facendo ricadere la tua maledizione sulla donna, l’unica donna che tu abbia mai amato. E troverà mai pace la dolce Nadia, che ha perduto stanotte ogni speranza? Sopporterà il dolore di amare colui che ha ucciso la persona che più di tutte le stava a cuore? Dovrai fuggire in eterno se non vorrai perire sotto la sua mano, o dovrai ucciderla con la tua sudicia lancia. In quanto a me» continuò Ettore, la voce come tuoni, gli occhi come fulmini «non avrai la soddisfazione di uccidermi ancora.» E sollevando la possente spada si uccise, prendendo Janet tra le braccia con le ultime forze. Non riuscii a fermarlo. La spada scivolò su quella terra insozzata di sangue e tormento, la presi e mi parve così leggera da sembrare immateriale. Fu un attimo ferire il bel volto dell’uomo che più amavo e odiavo sulla faccia della terra.

«Scappa Achille, scappa “piè veloce”, e non voltarti mai indietro. Perchè ci sarò io per il resto dei tuoi giorni. Non mi perdonerò mai di amarti così tanto. E non ti perdonerò mai la morte di Janet. Mi hai condannata a un’eternità di dolore e tormento…»

«Nadia io…»

Lo interruppi «non dire nulla ti prego, non dire ti amo, faresti solo un solco ancora più profondo nella mia anima. Non chiedermi perdono, procureresti una voragine ancora più grande nel mio cuore. Fuggi, o uccidimi.»

Lo vidi sparire nella nebbia insieme alla mia vita, ai miei sogni, alle aspirazioni, insieme a tutto ciò che avevo di umano. E adesso in questo caffè di Parigi, in una notte fatta di luci, suoni, colori e vino, io soffio distrattamente sul mio caffè, l’ennesimo che resterà intatto, continuando a inseguirlo per il mondo, vicini come due binari che in eterno correranno paralleli per le vie più tortuose del pianeta, di città in città, attraversando mille caffè, senza mai potersi incontrare.

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